Dignità della donna nel pitagorismo
18 Febbraio 2019

Un’analisi di Salvatore Mongiardo sul tema del femminile e delle donne pitagoriche.

Care Amiche e cari Amici,

In questa esposizione mi atterrò essenzialmente alle tre maggiori fonti classiche. Pertanto, le frasi riportate in questo mio scritto sono citazioni testuali tratte da:

Porfirio, Vita di Pitagora, Rusconi 1998

Giamblico, La vita pitagorica, BUR 1991

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Laterza 1998.

Il numero riportato tra parentesi dopo l’autore indica il rispettivo libro o capitolo.

Quando pensiamo alla donna della Grecia antica siamo abituati a immaginarla avvolta in una bella tunica e con l’acconciatura dei capelli. Questo era vero nelle grandi occasioni, ma la vita quotidiana delle donne era a quell’epoca molto dura. Chiusa nel gineceo della casa, la donna era dedita ai lavori domestici e alla cura dei figli sotto il dominio incontrastato del marito. Le fonti storiche concordano nel ricordare come il suicidio per impiccagione era allora frequente tra le donne per evadere da una vita insostenibile.

Su quella triste realtà Pitagora accese dalla Magna Grecia la luce di una nuova considerazione della donna probabilmente sintetizzando elementi presi dalle culture dei vari popoli da lui visitati.

Nella dottrina pitagorica è chiara la superiorità della donna sul maschio per il maggiore senso di giustizia da lei posseduto.

Difatti Pitagora affermava che:

I mitografi riconobbero il senso di giustizia delle donne dal fatto che esse danno in prestito vesti e ornamenti a un’altra che ne abbia bisogno, anche senza testimoni – e senza che da quest’atto di fiducia derivino processi o liti… Mentre, se si volesse riferire questo agli uomini… ebbene nessuno lo ammetterebbe, in quanto atteggiamento estraneo alla natura maschile (Giamblico, 55).

Insomma, la donna è depositaria naturale della giustizia sociale, termine che, abbiamo già visto altrove, andrebbe sostituito con giustezza o equità. In altre parole, mentre il maschio accumula, la donna per sua natura condivide. Da questo alto concetto derivava la raccomandazione di Pitagora alle donne che riteneva anche molto vicine al sacro:

Esse dovevano preparare con le proprie mani quanto intendevano offrire agli dèi, e portarlo agli altari senza l’aiuto dei servi: vale a dire focacce, paste, fave, incenso. Non dovevano onorare la divinità con il sangue e la morte… (Giamblico, 54).

Questo forte messaggio fu ben compreso dai Crotoniati tanto che:

Dopo che (Pitagora) ebbe messo piede in Italia e fu a Crotone… fece esortazioni ai giovani… ai fanciulli… successivamente alle donne, e fu istituita per lui una associazione di donne (Giamblico 18).

Ma non è tutto. Nei tre testi sopra elencati, abbiamo diversi passi che riportano la dottrina di Pitagora sulla sessualità e le donne, ed è utile citare di seguito i più significativi per comprenderne l’aspetto rivoluzionario.

  1. Pitagora, disceso nell’Ade, vide puniti anche gli uomini che non vollero unirsi con le loro donne (Diogene L., 8, I, 21).
  2. E intorno ai piacere venerei (Pitagora) così si esprime: Coltiva i piaceri d’amore d’inverno, non d’estate… (Diogene L., 8, I, 24) … interrogato una volta su quando si debba coire, si dice che (Pitagora) abbia risposto: Quando si vuole essere più deboli di se stessi (Diogene L. 8, 1, 9).
  3. Dicono pure che a Teano (la moglie di Pitagora) fu chiesto: In quanti giorni una donna diventa pura dal contatto con un uomo? E che la sua risposta fu: Dal contatto del proprio uomo sùbito, dal contatto dell’altrui uomo mai. (Teano) ammoniva la donna che stava per coire col proprio uomo a deporre insieme con le vesti il pudore, e, quando si alzava, a riprenderlo insieme con queste (Diogene L., 8, I, 98).
  4. Occorre anche premurarsi, diceva Pitagora, di aver rapporti solo con le proprie mogli (Giamblico 48).
  5. (I Crotoniati dopo l’esortazione di Pitagora) … lasciarono andare le concubine che secondo l’uso locale avevano con sé (Giambico 50).
  6. Si dice ancora che Pitagora abbia raccontato come in terra crotoniate fosse ben nota a tutti la fedeltà di un uomo verso la propria donna: perché Odisseo aveva rifiutato di essere reso immortale da Calipso in cambio dell’abbandono di Penelope (Giamblico 57).
  7. (I Pitagorici) … reputavano necessario evitare quella che chiamavano precocità… Sono molti, secondo loro, gli aspetti della vita umana che è meglio apprendere tardi: tra questi è la pratica dei rapporti sessuali (Giamblico 209).

Per Pitagora la natura ha dotato la donna di una irresistibile sessualità da vivere nel matrimonio senza esagerare e comunque l’atto sessuale in sé è esente da ogni colpa.

Teano, la bella moglie di Pitagora che era stata sua allieva, esplicitamente ammetteva di lasciarsi andare senza freni durante il coito. A chi si stupiva per la franchezza della sua ammissione, Teano aggiungeva: Per questo sono chiamata donna (Diogene L., 8, I, 98).

La visione pitagorica del sesso esente da colpa è passata in pieno a Cristo: si potrebbe addirittura dire che questa identica visione è il più forte elemento di prova della continuità dottrinale tra Pitagora e Gesù.

Vediamo allora cosa dice Gesù nei Vangeli riguardo al sesso:

  1. In Giovanni (8, 1-11) leggiamo l’episodio della donna sorpresa in flagrante adulterio e portata davanti a Gesù che invita chi è senza peccato a scagliare contro di lei la prima pietra. Tutti se ne vanno e Gesù le dice: Donna (gine nel testo greco) … va’ e d’ora in poi non peccare più. Il peccato di cui parla Gesù non è riferito al sesso, ma all’adulterio, cioè alla violazione del vincolo matrimoniale col tradimento. Peccato quindi è la violazione dell’ordine sociale e la sofferenza procurata al tradito.
  2. In Matteo (5, 27) Gesù dice: Chiunque guarda una donna (gine) per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Il peccato, ancora una volta, è riferito all’adulterio come violazione del giuramento di fedeltà e sofferenza procurata al tradito.
  3. In Luca (7, 36-50) Gesù arriva addirittura a riconoscere alla peccatrice (gine), che lo unge di olio profumato, di aver meritato il perdono: I suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato. Gesù sembra voler dire che il sesso mercenario non porta inevitabilmente alla perdizione se una generosità fondamentale del cuore apre a una presa di coscienza dei rapporti illeciti.
  4. Questo sexus sine culpa, viene confermato nel momento supremo della morte di Gesù (Giovanni, 19, 26), che si era sempre rivolto a sua madre non chiamandola Maria o Madre o Vergine, ma donna, semplicemente donna: Donna, gine, ecco tuo figlio! Donna era per Gesù un appellativo di rispetto.

Dopo due maestri così eccelsi, si poteva pensare che la sessualità umana e le sue manifestazioni fossero state regolamentate per sempre. La storia però dimostra che, da quella visione rasserenante, l’umanità è caduta in una palude putrida di angosce sessuali. Queste, unite alle pericolosissime angosce religiose, hanno imperversato per millenni con danni incalcolabili. Perché e come questo sia avvenuto, è materia che non possiamo affrontare ora. Che sia avvenuto non vi è dubbio: basti pensare ai Padri della Chiesa che costruirono…

una Madonna sempre vergine prima, dopo e durante il parto e madre di un solo figlio, Gesù, uscito per miracolo dal suo grembo senza lacerarla.

L’idea del sesso come cosa sporca sarebbe stato il retaggio più grave della Chiesa non solo cattolica: intere generazioni e continenti furono devastati fino a giungere alla caccia alle streghe, in realtà donne innocenti arse vive nei roghi. Invece, se guardiamo la donna attraverso la lente del pitagorismo, cioè libera dalla colpa del sesso, vediamo una Madonna madre di altri figli, come del resto attestano i Vangeli. Nei Vangeli sono chiaramente menzionati i nomi dei fratelli di Gesù, fratres et sorores nel testo latino, adelfòi e adelfài nel testo greco:

Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non sono qui tra noi?» (Marco 6, 3; Matteo 3, 55-56).

Lo stesso San Paolo scrive:

«Degli apostoli non vidi altri, ma soltanto Giacomo, il fratello del Signore» (Lettera ai Galati 1,19).

Giuseppe Flavio, lo storico ebreo contemporaneo di Gesù, scrive in Antichità Giudaiche (XX, 200):

«Anano (sommo sacerdote) riunisce il sinedrio dei giudici e porta in giudizio Giacomo, fratello di Gesù detto Cristo, e alcuni altri, e accusatili di avere trasgredito le leggi, li consegna alla folla per farli lapidare».

Correva l’anno 62 dopo Cristo e probabilmente sua madre, la Madonna, non era più in vita. Maria fu in realtà una madre tra le più tragiche della storia ed ebbe non uno, ma due figli martirizzati: Gesù e Giacomo.

La dignità della donna pitagorica, depositaria naturale della giustizia, del sacro e pura nel sesso, ci aiuta a capire non solo la storia passata, ma anche il presente e le sue tendenze. E’ sotto gli occhi di tutti l’abbandono della Chiesa da parte di intere nazioni, dai Paesi Scandinavi alla Francia, Germania e in parte nei paesi latini come Italia e Spagna. Si potrebbe addirittura dire che la Chiesa ha impiegato i prime mille anni per conquistare quelle popolazioni e recentemente sono bastati pochi decenni per perderle. Bisogna però ammettere che i paesi del Nord Europa, i quali oggi godono di maggior benessere e giustizia sociale, sono proprio quelli che hanno attuato la dottrina pitagorica riconoscendo alla donna dignità e libertà. 

Ancora più utile è la lente pitagorica per capire gli sconvolgimenti inquietanti del mondo islamico che sbanda tra attentati di ogni genere dentro e fuori i propri confini. La condizione attuale della donna islamica è essenzialmente contraddittoria con la dottrina pitagorica perché socialmente e sessualmente sottomessa al maschio. La cultura islamica, che pure tanti meriti ha avuto in ogni campo dell’arte e delle scienze, corrisponde sempre meno alla necessità di porre la donna a fondamento naturale di una società ben ordinata. Se Pitagora fosse vivo – ma viva è la sua dottrina – avrebbe detto che il problema del mondo islamico potrà essere risolto solo dalla donna islamica liberata.

Su questo sentiero, impervio ma necessario, ci siamo avventurati proclamando, nel Sissizio di Soverato del 31 luglio 2015, l’ANNO UNO DELL’EPOCA DELLA DONNA come ripartenza della storia e presa di coscienza che, senza l’apporto della donna, il mondo non potrà mai avere pace: i maschi hanno dissipato le loro energie con una serie infinita di guerre e violenze alle quali solo le donne potranno mettere fine.

In questo senso la vicenda di Cristo è emblematica e andrebbe letta esattamente come è riportata nei Vangeli: se al comando ci saranno sempre dei maschi, come allora c’erano Cesare Pilato Erode Caifa, nemmeno il figlio di Dio scamperà a una morte tragica.

Note

Fratelli e sorelle di Gesù. Ho usato la traduzione latina dei Vangeli di San Gerolamo, la Vulgata: gli originali dei quattro Vangeli sono in greco. San Gerolamo, vir trilinguis, padroneggiava perfettamente latino, greco ed ebraico.

Giustizia. Comunemente, e correttamente, si dice che la giustizia era il fondamento della vita pitagorica, ma è una affermazione che va spiegata. Nei testi antichi i termini sono due: il primo è dikaiosyne(sostantivo femminile singolare), cioè la rettitudine, il sentimento e la pratica della giustizia: per Lui (Pitagora) il principio della giustizia risiede nella comunità dei beni, nell’uguaglianza e in una unione tra gli uomini tale che tutti possano sentire come un corpo e un’anima sola e chiamare la medesima cosa mia e tua (Giamblico 167). Tale termine andrebbe più correttamente tradotto con giustezza, la virtù che porta la persona verso il retto comportamento e verso la distribuzione dei beni. L’altro termine, invece, è dìkaia(aggettivo neutro plurale, per esempio in Giamblico 174), anch’esso tradotto con giustizia, ma che indica, invece, diritti e doveri, insomma quanto oggi si tende a chiamare legalità. Con l’uso differente dei due termini, il Pitagorismo mette in chiaro che senza giustezza non ci può essere legalità: per esempio, se la legge non rispetta la giustizia sociale nella distribuzione dei beni, il debole rimane oppresso proprio dalla legalità.

Donna depositaria della giustezza. Se guardiamo alla storia del feudalesimo, vediamo subito che il maggiorascato, cioè il lasciare tutti i beni al primogenito, era un concetto antipitagorico e ci vollero rivoluzioni sanguinose per l’abolizione di quell’istituto che fu alla base del regime feudale.

Donna come rovina dell’uomo. La dottrina della Chiesa si è basata finora sulla donna come causa della rovina dell’uomo: Eva sarebbe la prima tentatrice che provocò il peccato originale con la cacciata dall’Eden e la condanna dell’umanità alla sofferenza e alla morte. Poi Gesù, novello Adamo, col suo sangue avrebbe cancellato il peccato. Celebre è la frase di Sant’Agostino sulla felix culpa: benedetta quella colpa (il peccato originale) che ci ha dato un così grande Redentore. Però… Gesù nei Vangeli non parla mai di peccato originale, concetto che deriva dalla Bibbia, non dal Vangelo. La Bibbia gronda di peccati e sensi di colpa, ben riassunti nel Salmo 50, al versetto 7, il famosissimo Miserere: Ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre. Questi dati ci confermano che più la Chiesa si avvicina a Pitagora, più si avvicina a Cristo, e più la chiesa si allontana da Pitagora, più si allontana da Cristo.

In realtà Eva aveva capito che il frutto dell’albero della conoscenza doveva essere mangiato per diventare Dio, cioè la conoscenza era indispensabile per vincere le angosce del vivere e del morire. Eva capisce il percorso obbligato dell’umanità verso la divinizzazione, Maria di Nazaret concepisce il figlio che prende coscienza di quel percorso e afferma di essere uguale a Dio, ma i maschi lo uccidono. EVA CAPISCE, MARIA CONCEPISCE, GESU’ PATISCE. Ci sono sempre i maschi a rovinare tutto! 

Gesù e la Bibbia. Quando Gesù comincia la sua predicazione, il suo comportamento e insegnamento sono contrari ai precetti della Bibbia perché egli:

  1. Non rispetta il sabato
  2. Frequenta i lebbrosi, le prostitute e i pubblicani
  3. Contesta e irride i sacerdoti del Tempio
  4. Libera gli animali destinati al sacrificio nel Tempio
  5. Prende donne al suo seguito
  6. Celebra la Pasqua un giorno prima di quella del Tempio di Gerusalemme, come facevano gli Esseni e come conferma San Giovanni nel suo Vangelo
  7. Si dichiara figlio di Dio, cosa inaudita per la Bibbia che prevede la pena di morte per quella bestemmia.  La condanna a morte di Gesù era nella legalità per il mondo ebraico, anche se ottenuta forzando la mano a Pilato.
  8. Gesù rifiuta il sacrificio di sangue come mezzo per cancellare la colpa: il sangue macchia, non lava. La cultura sacrificale della Bibbia è contraria a Cristo come lo era per Pitagora ed Eraclito il quale aveva detto dei sacrifici di sangue: Invano purificano col sangue l’impurità di sangue/Come chi, nel fango caduto, volesse col fango lavarsi. La sua morte in croce non fu un sacrificio per cancellare le nostre colpe, come suggerisce la visione biblica, ma fu conseguenza della sua ripetuta affermazione di essere figlio di Dio, come scrivono i Vangeli.

Gesù e le donne. La facilità con cui Gesù intratteneva rapporti con le donne non corrisponde al modo di vivere degli Esseni, che per Giuseppe Flavio erano i Pitagorici del mondo ebraico. Difatti nelle Antichità Giudaiche (XV, X, 4) egli scrive

Noi chiamiamo Esseni… un gruppo che segue un genere di vita che ai Greci fu insegnato da Pitagora.

Gli Esseni difatti non ammettevano donne nella loro comunità: omni venere abdicata, rinunciando a ogni piacere con le donne, scrive Plinio il Vecchio nella Historia Naturalis (V, 15). D’altra parte, sappiamo che Gesù praticava la cena sissiziale degli Esseni che poi fu la sua Ultima Cena. La soluzione del rebus a me pare che sia da ricercare in quello che scrivono i Vangeli sulla fuga in Egitto. Maria, Giuseppe e Gesù potrebbero aver trovato rifugio ad Alessandria d’Egitto, la città più vicina a Israele, dove sappiamo di certo che vivevano migliaia di ebrei e i Terapeuti, una comunità ebraica di curatori o medici (descritti da Filone nel De vita contemplativa), i quali abitavano in capanne attorno al lago Mareotis, attualmente prosciugato, non lontano da Alessandria. I Terapeuti vivevano come gli Esseni ammettendo però le donne le quali con l’età venivano onorate come profetesse (Alberto Vitale, I Terapeuti, Vivarium 1996).

Salvatore Mongiardo

Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *